Storia delle Ali Reggiane

    Capitano Martino Aichner

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:20 pm


    Al tramonto mi sedevo a uno dei tavoli del bar nella vecchia terrazza, non proprio a terrazza, un piano di mattonelle screpolate con ringhiera, appena rilevato, dal quale si vedeva l'intera pista deserta in un colore d'erba e in un contrasto col mare che solo l'ora e la stagione rendevano possibili.
    Parlavo con la signora del bar, lei si lamentava del figlio che passava il suo tempo negli hangar coi meccanici invece di aiutarla, io tessevo le lodi dei meccanici e facevo apologia del valore altamente formativo della loro frequentazione;
    lei senza badarmi finiva di arrotolare la tenda scolorita, serrava dall'interno le porte a vetri, andava via, e con lei i pochi ancora rimasti dopo le effemeridi, al cui compiersi l'aeroporto chiudeva.
    Restavo li con una birra e un manuale dopo aver volato tutto il giorno;
    in quella sopravvivenza di luce, nella quiete che conservava memoria dei voli, mi disperavo sugli errori che avevo commesso e su ciò che non riuscivo a fare.
    Quella sera mi disperavo sul doppio tresessanta, una procedura per l'atterraggio col motore in avaria,una spirale in due giri in discesa sul campo da eseguire a motore spento perdendo tot piedi al primo giro e altrettanti al secondo, tenendo l'aereo senza più motore alla velocità di massima efficienza, quella con cui avrebbe fatto più strada, dividendo intanto mentalmente la pista in tre segmenti, decidendo per tempo dove toccare con le ruote e toccando esattamente dove s'era deciso.
    Non ce l'avrei mai fatta.
    Le sembra difficile?,
    domandò il signore anziano sedendosi al mio tavolo,
    avesse visto cosa facevamo noi, mi creda non è cambiato nulla, le figure sono sempre le stesse, questo suo tresessanta lo faceva già Lindbergh in addestramento militare a Brook Fields, San Antonio, sarà stato il millenovecentoventitre o il ventiquattro, le figure sono come passi di danza, looping, tonneau, - un, due, tre, pas de deux, pas glisse, pas flore - sempre gli stessi, a proposito lei sa ballare?, guardi che è importante saper ballare, a me riusciva benissimo l'Otto Cubano, neanche difficile da fare, un gran bel passo di danza nel cielo.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:35 pm

    Oppure il looping d'ala, io lo facevo con un aeroplano non nato per l'acrobazia, lo facevo con il Settantanove, il più famoso trimotore da guerra italiano, un bestione da diecimila chili
    Non m'ero accorto del signore anziano prima che il bar chiudesse, adesso eravamo le uniche due persone nel piccolo aeroporto, il sole scendeva lentamente dietro la fila di alberi, il signore indugiò con le dita sul suo bel fermacravatta che insieme al fazzoletto nel taschino della giacca di lana estiva gli dava un'aria composta e ironica, poi riprese:
    sa come facevo?
    partivo da un passaggio veloce rasoterra, un'affondata a quattrocento chilometri l'ora, poi richiamavo, insistendo all'inizio e restituendo il volantino a poco a poco, tiravo l'aereo in parabola nel cielo, fino al culmine, fino al punto in cui s'arrestava nella salita, li dovevi manovrare, ne prima ne dopo, se volevi che apparisse una circonferenza perfetta, quando ti sentivi appeso come un salame e senza più saliva in bocca e guardavi l'anemometro quasi a zero e i motori affogavano nell'aria impotenti a tirare ancora più su l'aereo nel cielo, allora toglievo manetta al sinistro e affondavo il pedale dalla stessa parte, il Settantanove ruotava sull'ala e puntava il muso a candela verso terra.
    Subito tagliavo anche gli altri due motori, la velocità aumentava a dismisura, mettevo il trim a cabrare e tiravo il volantino, accidenti se tiravo.
    Con un lungo arco di cerchio in discesa l'aereo riprendeva la linea di volo, sfiorava gli eucalipti, filava via basso sui prati.
    La prima volta che provai a farlo mancò poco che mi ammazzassi ma volevo festeggiare il "mio" Settantanove;
    è arrivato il tuo aeroplano, Aichner, disse il comandante, io lasciai a terra l'equipaggio, presi con me solo il secondo pilota, andammo su in volo e nel fare quel looping d' ala ancora un po' ci restavamo secchi, era una mattina di primavera del millenovecentoquarantadue, si questa data me la ricordo bene, avevo ventitre anni ed ero comandante pilota.
    Aerosilurante, cosi si chiamava la macchina e cosi la specialità, dunque l'aereo e l'aviatore, io ero un aerosilurante.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:38 pm

    Il Settantanove, un bel trimotore, non c'e che dire, un gioiello, pilotarlo un'emozione, oltre alle mitragliatrici in caccia nella gobba ce n'era un'altra nella fusoliera per sparare attraverso i portelli laterali, ma il pezzo forte, il vero pezzo da guerra era sotto la pancia, un siluro da mille chili;
    scendere a filo delle onde, sganciare e piazzare il siluro nel fianco di un incrociatore era un complesso esercizio di alta matematica istintiva.
    La statistica per l'aerosilurante - aeroplano e uomo - era di tre missioni, forse quattro, dalla quinta difficilmente si tornava per via del calcolo delle probabilità, ossia del fuoco di sbarramento delle navi, eppure eravamo tutti fieri di essere aerosiluranti, ci sarebbe piaciuto
    esserlo anche nella vita aerosiluranti, ma eravamo troppo giovani e candidi, avevamo tutti vent'armi, un bel gruppo, mi creda, unito dalla paura e dalle preoccupazioni, proprio un bel gruppo, il comandante di anni ne aveva ventisei, un eroe, quando sembrò che fosse morto prendemmo il suo nome, noi eravamo il Gruppo Buscaglia, il più sorprendente circo aeroacquatico mai visto nella guerra del Mediterraneo.

    Il signore anziano si arrestò un attimo, mi fissò piegando leggermente la testa, poi sorrise gentile;
    la sto investendo di parole disse, mi perdoni, non vorrei che lei mi prendesse per uno di quei vecchi dalla memoria incontinente.
    Gli risposi che no, anzi, ero curioso e l'ascoltavo volentieri.
    La paura, ecco, riprese allora,debbo parlarle subito della paura perché se le parlo della paura forse lei potrà sentire il racconto più vicino;
    vede, la paura non era nell'azione, era prima e dopo,
    quando ce ne stavamo pronti sotto l'ala dell'aereo in attesa che arrivasse qualcuno di corsa con un foglietto in mano, o alla vigilia di una missione, quando studiavamo le rotte e cercavamo di indovinare dalle carte quel che c'era da aspettarsi;
    lottare con la paura era ricacciare indietro ad ogni gesto quotidiano il pensiero che fosse l'ultimo, ultima rasatura, ultimo nodo alla cravatta, ultimo caffè, ultima lettera, ultima notte in un letto.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:41 pm

    Buscaglia confessava spesso di avere paura e di essere preoccupato del rischio, combatteva quei sentimenti come tutti noi, eppure era il comandante.
    Partivamo da Pantelleria o da Decimomannu, da Gerbini alle falde dell'Etna, ma soprattutto da Rodi, nell'Egeo;
    la Regia Aeronautica aveva allestito una pista con baracche, Gadurrà, decollavamo verso convogli da guerra e da carico;
    l'azione cominciava molto prima, quando i nostri agenti segreti appostati ad Algesiras
    o a Tangeri segnalavano a Roma le navi al loro ingresso nel Mediterraneo attraverso Gibilterra. Le ho detto che si trattava di un'opera di alta matematica istintiva, potrei forse dire meglio di una matematica interiore, compiuta con un aereo da dieci tonnellate e sei persone a bordo correndo a filo del mare e tra le navi, nel fuoco di sbarramento e le granate:
    il siluro andava sganciato a sessanta metri sull' acqua, a una velocità di trecento chilometri l'ora, tenendo l'aeroplano alla mano in perfetto assetto orizzontale;
    si trattava di posare in corsa sulla superficie del mare un oggetto che dopo non potevi più controllare, tutto dipendeva dallo sgancio, dopo era come pretendere di muovere le orecchie.
    Il siluro nella sua traiettoria volante conservava la velocità dell'aereo da cui s'era staccato, trecento all'ora, ma quando ammarava la velocità subacquea scendeva a settanta.
    Per questo bisognava sganciare il più vicino possibile alla nave;
    vicino, le dico, ma non troppo vicino, perche il siluro dopo essersi immerso compiva una sinusoide prima di stabilizzarsi, e in un avvallamento della sinusoide avrebbe potuto passare sotto la chiglia della nave, scavalcandola in profondità, andando via dall'altra parte.
    Dunque mi segua, come a scuola o come in un giro di walzer:
    considerando che da settanta metri d' altezza la traiettoria aerea del siluro e di circa trecento metri, considerando che il siluro una volta entrato in acqua impiega altri duecento metri per stabilizzarsi a una profondità tarata a terra e che varia dai due agli otto metri secondo la nave che si intende silurare, ne risulta che la distanza minima dalla quale il siluro deve essere sganciato è di cinquecento metri.
    D'altronde, se sganciavi il siluro da più lontano, mettiamo da mille metri,
    il tempo che avrebbe impiegato per raggiungere anche la più lenta delle navi consentiva a questa di manovrare e sottrarsi.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:44 pm

    Un pluff nell'acqua sotto un aereo in avvicinamento a corsa folle:
    questo scorgevano dalla nave, da quel momento toccava a loro muovere passi di danza, per noi era impressionante vedere una corazzata al di la del parabrezza, dato che volavamo alla stessa altezza delle murate, vederla evoluire in piena velocità sollevando con la prua cascate d'acqua, in lotta contro il tempo che il siluro impiegava per colpirla.
    Quella virata affannosa e scarrocciante era l'unica possibilità di scampo per la nave, se l'angolo d'impatto del siluro era troppo sfuggente o troppo tangente, al momento dell'urto non esplodeva la spoletta, l'intera faccenda, matematica interiore e danza tra le cannonate, si risolveva in un semplice cozzo tra due pezzi di ferro, un ammacco, un bozzo, s'immagini, tutta quella fatica di precisione e quel rischio mortale per un tamponamento, una piccola innocua collisione in mare tra una nave e un qualsiasi metallo che scivola via lungo la carena disperdendosi poi chissà dove.
    Sganciando da cinquecento metri occorrevano venti secondi perché il siluro colpisse la fiancata, nemmeno la più rapida delle navi avrebbe potuto sfuggire all'arma se il pilota avesse calcolato bene lo spostamento del bersaglio e l'angolo di mira, l'angolo Beta. Perché al cuore della matematica interiore c'era l'angolo Beta, angolo formato dalla direzione della nave in movimento con la retta congiungente la posizione della nave e dell'aereo al momento dello sgancio;
    un angola che è come un'ipoteca, o una canzone, sgancio mirando dove tu non sei ma dove tu sarai, tra venti secondi, se il mio conto è esatto.
    Non tutte le volte, come lei può immaginare, le ipoteche si riscuotono.
    Se il siluro aveva venti secondi per raggiungere la nave, noi, dopo averlo sganciato, noi aereo ed equipaggio ne avevamo appena quattro o cinque era questo lo scampo, la fase più critica, ma c'era poco da scampare, certe volte finivamo cosi a ridosso della nave che non c'era tempo ne spazio per virare, non restava che passarci sopra, cosi bassi da sfiorare le antenne e le torrette, derapando, impennando, scivolando d'ala, tirando l'aereo in arrampicate rapide e rovesce nel cielo, numeri d'acrobazia non previsti per un trimotore da siluramento.
    Gli ammaraggi erano frequenti, questa anche c'imparentava ai sommergibili, ma dipendeva da come entravi in acqua con l'aereo, se stavi bruciando, se potevi ancora governare:
    fuori i flap, giù le manette, all'ultimo momento puntavi i piedi e il braccio destro sul cruscotto, col sinistro davi uno strattone al volantino cabrando l'aereo che veniva ingurgitato dall'onda e risputato qualche secondo dopo, se tutto andava bene dopo un tremendo contraccolpo vedevi l' acqua spumeggiare e defluire giù dal parabrezza, e il Settantanove s'arrestava galleggiando.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:47 pm

    In mare, deve sapere, io ci sono finito diverse volte, la prima per stupidità, al rientro da un volo d'allenamento nella rada di Pola per salutare degli amici sulla spiaggia di Sistiana, mi abbassai cosi tanto sull'acqua che le eliche dei motori laterali toccarono le onde.
    La seconda volta ammarai nelle acque di Pantelleria dopo aver affondato il "mio" cacciatorpediniere, lei perdonerà se lo definisco mio, in realtà era d'un comandante inglese che molti anni dopo ho conosciuto a Londra, un tipo simpatico, assai buffo;
    già prima che sganciassimo il siluro eravamo stati colpiti, al passaggio sopra la nave fummo impallinati ulteriormente, sentii l'aereo mancarci sotto i piedi.
    Una volta in mare, mentre c'imbarcavamo sul battellino, vedemmo la nave che alzava oscenamente la prua in aria e affondava di poppa.
    Questo avveniva nella battaglia di Mezzo Giugno, giugno del quarantadue intendo.
    La terza volta, beh, la terza volta, semmai gliela racconterò dopo.
    Mezzo Giugno, Mezzo Agosto, buffi nomi per delle battaglie, nomi temporali e non di luogo, comunque furono le ultime grandi battaglie aeronavali del Mediterraneo, entrambe combattute per impedire agli inglesi di rifornire Malta.
    Ma Malta ormai era per noi perduta, e ben altri erano i problemi:
    volando oltre ogni linea di fronte, noi avemmo il triste privilegio di percepire prima di altri che la guerra era perduta, bastava vedere l'impressionante volume dei convogli che entravano nel Mediterraneo e si ammassavano nei porti e dei quali noi andavamo in caccia, lo avremmo capito meglio più tardi, attaccando le navi nella rada di Algeri o a Gibilterra, azioni di guerra, certo, ma anche azioni di propaganda, piccole imprese per alimentare i bollettini e tenere alto il morale e magari illudere un alpino in Albania che il mare nostrum fosse ancora di nostra proprietà;
    rischiavamo la pelle con paura, tre o quattro missioni e non di più, ricorda?,
    da ogni missione tornavamo con le idee sempre più chiare su come sarebbe finita male, e questa consapevolezza, mi creda, rendeva tutto ancor più doloroso e senza speranza.
    Era l'ottobre del '42, la guerra era già persa allora, mi creda, gli americani sbarcarono il mese dopo in Algeria, sbarcarono all'una di notte dell'8 novembre, lo ricordo bene perchè Buscaglia ci radunò nel primo pomeriggio, parlò con voce pacata, disse questi avvenimenti non debbono turbarci, siamo in guerra e il nostro dovere sapete qual’è, decolleremo tra un'ora per la rada di Algeri.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:53 pm


    Non potevamo attaccare con la luce del giorno perche gli Spitfire delle portaerei ci avrebbero massacrati, avremmo attaccato con la luce a cavallo, come la gente del cinema chiama la luce dopo che il sole è tramontato ma il cielo riverbera ancora, la luce che c'e qui adesso mentre lei ed io parliamo, solo che quella volta era autunno avanzato;
    dovevamo arrivare nel porto di Algeri esattamente in quell'ultima luce:
    per non essere visibili dalla caccia e dalle navi e distinguerne invece il profilo, una condizione di semioscurità che in un pomeriggio d' autunno dura cinque o sei minuti, un bel saggio di navigazione stimata, di matematica interiore se vuole, mille chilometri da percorrere con dodici aeroplani in formazione e un margine d'errore al traguardo di poche centinaia di secondi.
    Decollammo da Castelvetrano, Sicilia, dove nel frattempo ci eravamo trasferiti, ottimo posta di olio e di ottimo vino;
    sul Mediterraneo incontrammo piovaschi, colonne ruggenti di pioggia tra il mare e il cielo basso di nubi, le aggirammo con continue accostate, ad ogni accostata Buscaglia doveva ricalcolare il tempo perduto e gli angoli di prua per rientrare in rotta e la deriva del vento, davvero un bell'esercizio di navigazione stimata.
    Finalmente nell'oscurità intuimmo il profilo dell'Atlas Tellien, e verso ovest sagome nere di grandi navi da guerra, ma eravamo in ritardo, troppo tardi, il sole era già tramontato, in cuffia la voce di Buscaglia ordinò senza la minima emozione invertiamo la rotta, rientriamo in Sicilia.
    Due giorni dopo Buscaglia andò all'attacco nella baia di Bougie, ad est di Algeri, volle con se altri tre aerei soltanto, comandati da Graziani, Faggioni e Angelucci, che era nuovo del gruppo, e cosi io restai a casa, non senza disappunto.
    Invece di arrivare dal mare, Buscaglia decise di sbucare sul porto di Bougie da terra, perciò all'altezza dell'isola di La Galite lasciarono il Mediterraneo ed entrarono in Tunisia, volarono bassissimi verso ovest, virando infine con prua nord per super are le montagne e piombare in picchiata nella rada di Bougie;
    la sorpresa non riuscì perfettamente perché un bimotore tedesco che volava in alto vedendoli spuntare da quella parte li prese per inglesi o americani e picchiò su di loro, a quel punto s'apri il fuoco da ogni versante, si sparò dalle navi e dalle postazioni contraeree di terra, gli Spitfire decollarono dalle portaerei, Buscaglia e gli altri si strinsero in pattuglia per difendersi meglio dai caccia, la baia fu per loro uno spettacolo terrificante, mai viste tante navi da guerra e tanto armamento e il conseguente volume di fuoco, si abbassarono alla solita quota straziante di una settantina di metri in mezzo a una girandola di colpi, incassarono tirando dritto, Angelucci e il suo equipaggio morirono in quel momento, tra le nuvolette delle granate l'aereo fu visto prendere fuoco, staccarsi e precipitare verso le colline, gli altri tre sganciarono i siluri contro le navi da carico attraccate alle banchine;

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:56 pm

    solo che puntando contro i moli si ritrovarono proprio a ridosso delle case e della conca montuosa di Bougie, impennarono gli aerei, virarono stretto sfiorando le rocce, Faggioni al culmine della salita si lasciò cadere in scivolata d'ala sfilando sotto i suoi compagni, Buscaglia fece lo stesso e la pattuglia inverti cosi rotta e formazione ridiscendendo a precipizio giù dalle cime, che passo di danza con quei bestioni, in pieno fuoco nemico poi, puro istinto portato dal ritmo, del resto loro tre erano i migliori, gli aerosiluranti più esperti.
    Quando rientrarono a Castelvetrano io ero li ad attenderli coi meccanici e tutti gli altri al parcheggio, Faggioni si affacciò alla scaletta pallido e teso in volto, andò da Buscaglia che stava controllando i danni al proprio aereo, gli gridò che era stata una follia attaccare una simile piazzaforte in pieno giorno, cosi si andava semplicemente a morire, disse, e a morire inutilmente.
    Fu un gesto sorprendente da parte di Faggioni, pilota straordinario e disciplinatissimo, fin troppo responsabile e psicologo per non sapere che questioni del genere non si trattano in pubblico;
    ma anche Buscaglia lo era, e proprio per questo andò via senza rispondergli nulla. Graziani prese da parte Faggioni affinchè sfogasse con lui la sua collera, del resto erano i tre ufficiali più anziani, i più responsabili in comando, e del comando, lei può immaginarlo, fa parte anche il conoscere come funzionano gli uomini e il prendersi cura dei loro sentimenti.
    Buscaglia convocò Graziani nel suo ufficio, che cosa mi dici?,
    ti dico che Faggioni ha in parte ragione rispose l'altro, è una pazzia dover superare l'intera cinta di navi da guerra per arrivare a quelle da carico nel cuore delle case, da Bougie siamo usciti vivi tre equipaggi su quattro per pura fortuna, solo perché gli americani sono ancora inesperti e fanno il tiro in caccia invece del tiro di sbarramento come gli inglesi.
    Vede, disse l'anziano signore tornando alla narrazione indiretta di ciò cui non aveva assistito di persona, Graziani cercava di mediare, sai bene, disse, che nella fase di scampo con gli Spitfire ce la siamo cavata solo per il grande allenamento che abbiamo noi tre a volare appiccicati uno all'altro, ma gli ufficiali pensano che sia più vantaggioso compiere i siluramenti nell'imminente oscurità del tramonto cosi da essere invisibili alla caccia, e io sono abbastanza d'accordo con loro.
    Io no, rispose Buscaglia, dalla caccia ci si difende meglio alla luce del giorno con le mitragliere dorsali volando stretti come abbiamo fatto oggi, di giorno poi è anche più facile ammarare se si viene colpiti.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 9:59 pm

    Il signore anziano tornò a noi due, non vorrei che lei giudicasse questa contesa sulla luce diurna e notturna come un fatto teorico o accademico, li non c'era nulla che fosse accademico, nessuna teoria che non si tramutasse immediatamente in un esito concreto, positivo o esiziale.
    Comunque Graziani uscì dall'ufficio di Buscaglia senza che si fosse pervenuti a una con conclusione o a una scelta in materia di luminosità.
    Il mattino dopo eravamo in aeroporto già all'alba, pronti a partire, in attesa di un ordine dal comando superiore.
    Buscaglia arrivò al parcheggio degli aerei guidando la sua automobile, fece salire Graziani, li vedemmo scendere in fonda al campo e incamminarsi lungo una strada di campagna al limite dell'aeroporto.
    Li ripresero la controversia sulla luce meridiana o crepuscolare interrotta la sera prima, Buscaglia con nuovi argomenti a favore della luce, il livello di addestramento di alcuni ufficiali, disse, non da sufficienti garanzie per il rientro in volo notturno, specialmente con tempo cattivo o con aerei danneggiati, meglio dunque silurare nel primo pomeriggio.
    Graziani rovesciò il medesimo argomento a proprio vantaggio, se modesto era il livello d'addestramento di alcuni, come avrebbero saputo volare in pattuglia stretta, ala dentro ala, difendendosi in tal modo dagli Spitfire?
    ecco dunque, concluse, che cade il principale presupposto che t'induce a preferire il giorno alla sera.

    Il signore anziano s'interruppe nel racconto, certo so che può apparirle un dialogo filosofico su luce e tenebra in una mattina del millenovecento-quarantadue
    in un aeroporto militare in provincia di Trapani, magari influenzato dall'antica tradizione sapienziale del luogo;
    ma vorrei che lei immaginasse piuttosto due giovani uomini costretti a parlare
    di questioni tecniche e tattiche trattenendo come in un alone attorno ad esse i loro sentimenti e pensieri più profondi.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 10:02 pm

    Tanto poco filosofico era il discorso che piano piano scivolò sull'andamento generale delle guerra, Graziani tacque intuendo nell'altro il bisogno di sfogare la tensione, e l'altro la sfogò con un monologo, la guerra si avviava alla sua prevedibile conclusione, le forze nemiche erano di gran lunga superiori, veniamo respinti sul territorio metropolitano, disse;
    al nostro gruppo sarà richiesto un impegno bellico severissimo, molti di noi cadranno, i più fortunati finiranno prigionieri, i pochi sopravvissuti o scampati dovranno ricostituire il reparto.
    Graziani, che aveva affetto per Buscaglia ma non perdeva un colpo, di fronte a questa catastrofica previsione pensò di opporre almeno un'alternativa per l'immediato;
    cominciò sostenendo genericamente l'opportunità di operare per infliggere le più gravi perdite al nemico subendone le minime;
    proseguì indicando come equipaggi del nostro tipo andavano ad esaurimento vista l'impossibilità di formarne di nuovi in poco tempo e dunque, Carlo Emanuele, concluse, perché non attacchiamo all'imbrunire che è la condizione per noi più vantaggiosa? Buscaglia, sorpreso da questa imprevisto ritorno a bomba, abbandonò il tono accorato per riprendere lo stile argomentante, ma fu interrotto da un motociclista che arriva dal fondo campo con l' annuncio di una telefonata per lui;
    e per telefono, poco dopo nel suo ufficio, ricevette l'ordine direttamente dal Capo di Stato Maggiore, e l' ordine era semplice ripetere l' azione del giorno prima a Bougie.
    Decollammo alle undici del mattino, sei aerei e sei equipaggi , Buscaglia in testa;
    al momento di accelerare i motori salutò dal finestrino Graziani che restava a casa con Faggioni avendo entrambi partecipato alla missione precedente.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Gio Dic 18, 2008 10:05 pm

    Andammo sul mare aperto, poi in vista dell'isola di La Galite entrammo in Africa a volo radente, sorvolammo la Tunisia e ci inoltrammo in Algeria tenendoci al di qua delle montagne che fanno bastione alla costa, finche virammo verso nord e imboccando una valle nella schiena dell'Atlas Tellien.
    Questa rotta gliel'ho già descritta, io però era la prima volta che la facevo;
    la valle cominciò a salire e noi di conseguenza, i fianchi montuosi si strinsero e culminarono in un plafond di nubi;
    salivamo costretti dalle pareti montuose come l'acqua di un fiume in un invaso, finche schiacciati tra il tetto delle nubi e il letto della valle tracimammo piombando dalle nuvole come una cascata sul mare e sulla rada di Bougie.
    Certo gli inglesi non si raccapezzarono da dove fossimo arrivati e come mai nessuno ci avesse visto prima, Buscaglia ordinò in cuffia la formazione d'attacco, noi ci buttiamo giù dietro di lui, il mio Settantanove toccò velocità che non aveva mai raggiunte, vibrava tutto, i comandi e la struttura, una picchiata folle in un fragore di metallo e tela, ma non erano solo i colpi di frusta della tela sulle centine, sopra di noi crepitavano le venti millimetri degli Spitfire e sotto le canne delle batterie delle navi da guerra che fecero un grand barrage violento e potente.
    I caccia si accanirono subito contro Buscaglia, indovinando la preda grossa e trascurando noi gregari, il suo apparecchio s'incendiò alle prime raffiche, lui prosegui imperterrito;
    io gli ero dietro, tentai di avvicinarmi per ripararlo e fare pattuglia ala dentro ala ma non riuscivo a raggiungerlo, andavo già a tutta manetta e abbassai il muso guadagnando cosi qualche metro ancora, ma perdendo quota;
    ero sfilato e sotto di lui, il mio mitragliere sparava senza sosta ma gli Spitfire ronzarono frenetici sull'altro lato, si inserirono tra noi, sistemandosi nell'ombra dell'aereo di Buscaglia.
    Ci abbandonarono solo quando fummo a tiro delle batterie navali, speravo che l'equipaggio di Buscaglia potesse domare l'incendio a bordo ma mentre passavamo su un cacciatorpediniere l'aereo incassò altri colpi e la scia di fumo s'ingrossò.
    Buscaglia superò la cinta delle navi da guerra, con l'aereo che bruciava, punto contro un grosso pirascafo alla fonda e sganciò il siluro.
    Era già basso sull'acqua, scese in planata per ammarare nel golfo;
    quando toccò l'acqua esplose e la benzina in fiamme s'impastò col mare.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Ven Dic 19, 2008 10:14 pm

    Il signore anziano trasse un inatteso sospiro, prolungato in un silenzio triste, in uno sguardo sfuggente.
    Buscaglia era morto (almeno noi per mesi lo credemmo tale, sarebbe tornato un anno e mezzo dopo dalla prigionia, per poi morire veramente decollando con un Baltimore americano).
    Un asso dirà lei, un eroe, si lo era certamente, malgrado le regole, perché il nostro tempo non prevedeva assi, il termine apparteneva alla prima guerra mondiale, una definizione generica che indicava eccezionali capacità tecniche e morali poi disciplinata con norme precise per evitarne l'abuso, addirittura con un elenco ufficiale degli assi della prima guerra mondiale, qualifica che andò principalmente ai cacciatori.
    Ma noi non combattevamo aerei, combattevamo navi, e poi con gli anni il concetto di pilota di guerra era cambiato, aveva perso ogni carattere individualistico e duellante, noi fummo educati all'equipaggio e al gruppo, quella era la nostra misura mentale, la nostra misura direi sentimentale.
    Eppure noi aerosiluranti godemmo di un'attenzione speciale, fu un fatto involontario e spontaneo, forse perché eravamo cosi pochi, secondo l'emblema della squadriglia di Buscaglia, i quattro gatti in fila su un siluro, quattro gatti stupiti e perplessi sotto il cartiglio
    Fauci sed semper immites.
    Fauci, anzi sempre di meno, erano morti dodici capi equipaggio su venti in soli otto mesi, e quanta all'immites, con quale coraggio rimettere piede su un Settantanove o su un qualunque aereo dopo la fine di Buscaglia?
    Eppure tornammo a volare, pieni di paura;
    ma tutto divenne più arduo, tali erano le difese degli angloamericani che dovemmo escludere le azioni diurne e anche quelle al crepuscolo, troppe le coincidenze necessarie e di troppi elementi tutti in movimento, noi, i convogli in navigazione nel Mediterraneo, il sole nell' arco strettissimo del tramonto.
    Ci resta la notte, l'attacco di notte, l'oscurità ci risparmiò dagli Spitfire ma ci legò alla luna, al suo ciclo, cominciammo a pensare per lune calanti o crescenti come indiani pellerossa, col plenilunio potevamo riconoscere la superficie del mare, attaccando in contro luna intuivamo l'ombra delle navi.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Ven Dic 19, 2008 10:18 pm

    E in una notte del gennaio del quarantatre venne il mio turno, usci il mio numero, una notte senza luna, del resto non si poteva andare in combattimento solo col suo favore; decollammo alle otto di sera da Decimomannu per la baia di Bona in Algeria, sganciammo nella più perfetta oscurità contro un piroscafo, subito il cielo s'illuminò d'una pirotecnia saettante di traccianti e colpi di mitraglia;
    fuori dalla rada trovammo i soliti caccia ad attenderci, dai quali ci disimpegnammo scendendo a pelo del mare, puntammo verso la Sardegna continuando a volare basso. All'improvviso, dopo un'ora di navigazione verso casa, dall'oscurità sotto di noi eruttò un geyser abbagliante di zampilli luminosi e proiettili, stavamo sorvolando un convoglio senza essercene accorti, tanto buia era la notte e nero il mare.
    Fummo colpiti in più punti e quando sembrò che fossimo al sicuro i tre motori piantarano di colpo.
    A quella quota c'era ben poco da restare in aria o da riflettere, lanciammo l'S.O.S. in chiaro, io mi disposi a un ennesimo ammaraggio, il primo però senza vedere nulla, non l'orizzonte ne la linea del mare.
    Fissavo gli strumenti sul cruscotto, altimetro e anemometro.
    Aspettavo.
    Entrammo in acqua a duecento all'ora, uno schianto contro un muro viscoso, la decelerazione fortissima ci proiettò in avanti, io battei la mana e la fronte contro il traguardo di puntamento pieno di levette e cremagliere.
    Quando l'aereo riemerse dall'onda avevo il pollice spappolato e grondavo sangue da un occhio.
    Alzai la mano sana e trovai alla cieca il portello che stava sopra il mio posta di pilotaggio, lo aprii e mi sporsi col busto nel vento gelido e negli spruzzi d' acqua, sembrava davvero di uscire da un sommergibile nel mare notturno, saltai sull'ala e fu come immergersi nella fonte ghiacciata delle tenebre.
    Qualcuno mise a mare il battellino, ci ritrovammo li dentro, tutti feriti, mentre il Settantanove s'allontanava col muso sommerso e la coda in alto.
    Andammo alla deriva intirizziti per tutta la notte, gli spruzzi d'acqua salata bruciavano sulle ferite, e questo almeno ci teneva svegli;
    non sapevamo di essere quindici miglia al largo di Capo Spartivento, ne che il semaforista dell'isola di Sant'Antioco ci aveva visto scendere in acqua dando l'allarme.

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Ven Dic 19, 2008 10:24 pm

    In ospedale mi risvegliai tutto fasciato, ero il più malconcio ma riprendevo bene, qualche settimana dopo mi tolsero le bende e mi alzai dal letto;
    col tempo accadde però che voltando nei corridoi urtavo leggermente la spalla contro il muro o negli stipiti delle porte, come se avessi perso quella mira naturale che ciascuno di noi ha nel camminare;
    ne parlai al dottore e venni subito rimesso a letto nella più assoluta immobilità, mi dettero degli strani occhiali con soltanto un forellino per vedere e dopo alcune settimane mi fu annunciato che nel battere la testa e l'occhio contro il traguardo di puntamento la retina s'era accartocciata e chiusa, magari con le cure si sarebbe riaperta, chissà.
    San Remo, dove passai la primavera, era proprio bella, un gigantesco convalescenziario per feriti di tutte le armi;
    la sera passeggiavo lungo la spiaggia, sapevo che non sarei mai più tornato al gruppo, la guerra per me era finita, guardare il mare dalla riva dava una strana sensazione di solidità e riparo.
    Bellissima la riviera di Ponente, ero un graziato dal destino, eppure provavo nostalgia degli altri, in ogni momento della giornata sapevo cosa stessero facendo, potevo immaginarlo senza sforzo, anche la sera in quelle passeggiate quando me ne stavo a guardare la luna che cessava di essere per me fonte di luce per la sopravvivenza e ridivenne struggente, metafisico arredo del paesaggio notturno.


    Il signore anziano tacque, passò una mano sul tavolino, il suo bel fermacravatta, nel movimento, brillò di un riflesso di luce lunare.
    Ne lui ne io avremmo saputo dire come fosse cambiata quella luce, la sera era scesa sul campo a passi felpati, solo scurendo a poco a poco l'orizzonte e i nostri volti.
    L'avrò annoiata con tutte queste chiacchiere, disse il signore anziano, io gli risposi sa che non e così.
    Vede, aggiunse lui, io volo ancora, volerò finche la visita medica non mi fermerà e ho più di settant'anni, volo con gli stessi aerei con cui vola lei, però quel macchinone coi tre motori e le torrette non lo dimentico, maculato come un leopardo.

    Daniele Del Giudice
    Staccando l’ombra da terra

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    Re: Capitano Martino Aichner

    Messaggio  Green_Group il Ven Dic 19, 2008 10:34 pm


    Martino Aichner, medaglia d'oro degli aerosiluratori, e morto il 21 dicembre 1994 a Verona.
    Il nome di Aichner è legato a doppio filo all'affondamento - avvenuto il 15 giugno del 1942 - del cacciatorpediniere britannico Bedouin, impegnato nella scorta di un convoglio tra Gibilterra e Malta e colpito da un siluro lanciato dal Savoia Marchetti S 79 dello stesso Aichner.

      La data/ora di oggi è Mar Mag 22, 2012 3:04 pm