Il caccia ebbe un sussulto, e, come scagliato in alto da una folata di vento, passo sopra quel dannatissimo ostacolo per ricadere subito verso terra.
Fuori il carrello e giù gli ipersostentatori.
Le ruote toccarono finalmente il terreno in un modo un pò pesante ma, appena dopo, l'aereo prese a rullare sul campo come in un atterraggio normale.
Gorrini uscì felice dalla carlinga, e il suo fedele Flak, un bellissimo cane siberiano nero che lo aveva accompagnato dalla Grecia, salto festoso sull'ala come tutte le volte al ritorno da ogni missione.
Immediatamente fu circondato dai piloti e dagli specialisti smaniosi di sapere.
Tutti guardavano l'apparecchio, quasi increduli che quella macchina, con un'ala smozzicata, con gli stabilizzatori accartocciati e la fusoliera svergolata, avesse potuto volare.
Soltanto un'ora e mezzo prima era un aeroplano nuovo di zecca, e adesso non era che un rottame da mandare alla demolizione.
«Ebbene, Gorrini, com’è andata?» gli chiese il maggiore Camarda.
«Ho abbattuto due quadrimotori e un caccia».
«Va bene, va bene, però guarda come hai ridotto l'aeroplano!»
Il volo era durato novantacinque minuti.
Furono sparati settecentocinquanta colpi dalle mitragliatrici calibro 12,7 e quattrocentoottanta dai cannoncini calibro 20.
Il dettagliato rapporto del pilota fu accolto con qualche scetticismo.
Il comandante stentava a credere a quanto gli era stato esposto, e non nascondeva le sue perplessità.
Guardò Gorrini con aria mista di sorpresa, incredulità ed ammirazione. Poi, quasi a voler provocare la reazione del suo sottufficiale, gli disse a bruciapelo una battuta che avrebbe fatto perdere la pazienza ad un santone biblico:
«E' impossibile. Non s'è mai visto buttar giù due quadri motori e un Lightning, essere attaccato da dodici caccia e cavarsela in questo modo».
«Comandante, a me è accaduto questo. E poi, gli aerei non sono caduti in mare. Possiamo andare a controllare sul posto», rispose Gorrini lanciando una significativa occhiata in direzione di un Stork Fieseler tedesco che riposava pigramente sul campo.
«Vieni con me» replicò Carnarda dirigendosi verso il piccolo aereo da collegamento.
I due uomini presero posto nell'abitacolo.
Il maggiore si pose ai comandi e decollò immediatamente.
Gorrini, seduto sul seggiolino posteriore, poteva godersi tranquillamente il volo come passeggero.
Quando furono in vista dell'aeroporto di Nettuno videro l'enorme cratere prodotto dall'esplosione del B.17.
«E’ uno, signor maggiore!»
«Va bene, ora scendiamo a vedere».
A terra lo spettacolo era impressionante.
Fuori il carrello e giù gli ipersostentatori.
Le ruote toccarono finalmente il terreno in un modo un pò pesante ma, appena dopo, l'aereo prese a rullare sul campo come in un atterraggio normale.
Gorrini uscì felice dalla carlinga, e il suo fedele Flak, un bellissimo cane siberiano nero che lo aveva accompagnato dalla Grecia, salto festoso sull'ala come tutte le volte al ritorno da ogni missione.
Immediatamente fu circondato dai piloti e dagli specialisti smaniosi di sapere.
Tutti guardavano l'apparecchio, quasi increduli che quella macchina, con un'ala smozzicata, con gli stabilizzatori accartocciati e la fusoliera svergolata, avesse potuto volare.
Soltanto un'ora e mezzo prima era un aeroplano nuovo di zecca, e adesso non era che un rottame da mandare alla demolizione.
«Ebbene, Gorrini, com’è andata?» gli chiese il maggiore Camarda.
«Ho abbattuto due quadrimotori e un caccia».
«Va bene, va bene, però guarda come hai ridotto l'aeroplano!»
Il volo era durato novantacinque minuti.
Furono sparati settecentocinquanta colpi dalle mitragliatrici calibro 12,7 e quattrocentoottanta dai cannoncini calibro 20.
Il dettagliato rapporto del pilota fu accolto con qualche scetticismo.
Il comandante stentava a credere a quanto gli era stato esposto, e non nascondeva le sue perplessità.
Guardò Gorrini con aria mista di sorpresa, incredulità ed ammirazione. Poi, quasi a voler provocare la reazione del suo sottufficiale, gli disse a bruciapelo una battuta che avrebbe fatto perdere la pazienza ad un santone biblico:
«E' impossibile. Non s'è mai visto buttar giù due quadri motori e un Lightning, essere attaccato da dodici caccia e cavarsela in questo modo».
«Comandante, a me è accaduto questo. E poi, gli aerei non sono caduti in mare. Possiamo andare a controllare sul posto», rispose Gorrini lanciando una significativa occhiata in direzione di un Stork Fieseler tedesco che riposava pigramente sul campo.
«Vieni con me» replicò Carnarda dirigendosi verso il piccolo aereo da collegamento.
I due uomini presero posto nell'abitacolo.
Il maggiore si pose ai comandi e decollò immediatamente.
Gorrini, seduto sul seggiolino posteriore, poteva godersi tranquillamente il volo come passeggero.
Quando furono in vista dell'aeroporto di Nettuno videro l'enorme cratere prodotto dall'esplosione del B.17.
«E’ uno, signor maggiore!»
«Va bene, ora scendiamo a vedere».
A terra lo spettacolo era impressionante.



